Press

P.

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BlowUp
Musica elettroacustica che predilige i chiaroscuri e le zone d’ombra, collocabile fra il suono spurio dei Supersilent(Bad Cluster) e il post-rock più innovativo degli anni ’90, percepibile soprattutto nei passaggi più ritmici/armonici
dell’album (Flaneur, oppure Cab sight seeing). L’incastro fra batteria, sampling e materia digitale è elegante e ben
congeniato (Il Pasto Crudo), alcuni brani assumono uno spiccato carattere cinematico (La Soffitta di Else),
lambiscono la psichedelia (Tunguska) e infine si frammentano in miriadi di tessere sonore iridescenti (Merry Go Round)
come se le composizioni di Morton Subotnik si fossero prestate al free-rock più destrutturato.
Esordio maturo ed equilibrato, dall’identità già ben definita.

Massimiliano Busti

 

Percorsi Musicali
“A cr e” sfrutta la sindrome improvvisativa per stabilire una propria teologia dei suoni in cui ognuno dei tre strumentisti libera il suo potenziale implicito e cerca convergenze: la bellezza di questo cd sta nella contrapposizione mentale delle immagini create dalle sue componenti musicali. Personalmente ho avvertito un concetto contrario a quello ricercato dal gruppo, poiché sebbene lo scopo dichiarato dai tre musicisti sia quello di fondere i tre principali strumenti utilizzati (batteria, chitarra, laptop), l’ascolto sembra evidenziare un accostamento, non fusorio, perfettamente funzionale all’originalità e al carattere timbrico del progetto. Ognuno dei tre riporta attraverso la musica una “condizione” dell’anima: vitalità (ossia siamo uomini con i nostri desideri e progetti da esaudire), la realtà sentita in virtuale (constatazione di un vissuto in involucro) e la glacialità dell’odierno (le derive psicologiche della società): mentre Baron incarna con le sue evoluzioni la dinamicità proverbiale della vita, un drumming che rispetta la pratica improvvisativa del jazz ma è in totale assenza di regole ritmiche, Boschi contrappone note disparate, dolenti e sognanti, imbrigliate in una visione esterna degli eventi; così le impietose infiltrazioni elettroniche di Bonini sono l’essenza più difficile, la raccolta delle macerie della società. “Tunguska” è sontuosa, compete con le migliori espressioni del jazz improvvisativo nordico, “Il pasto crudo” è techno jazz intellettuale, “..l’assalse il sovvenir” vi manda in orbita, “Nachtraglich” sembra un aggiornamento musicale dell’urlo di Munch, mentre la finale “Delle multe crepe” potrebbe costituire la chiave di volta della musica del gruppo per come l’ho descritta. Un lavoro affascinante, resa ad alti livelli.

Ettore Grazia

Rumore                     
Acre primo ed omonimo titolo per il trio romano di Gino Maria Boschi (chitarra), Marco “uBik” Bonini (laptop),
Ermanno Baron (batteria), è una delle cose più interessanti uscite ultimamente nel mondo dell’improvvisazione
radicale italiana e non solo.
Il dialogo a tre è frutto di una buona intesa, ben affinata dal vivo, dove live
electronics servono da sfondo sonoro a un impro free-avant di ottimo livello, come testimonia uno dei brani
più riusciti del lavoro,
Bad Cluster, nel quale i bleep e gli sheet elettronici di Bonini guidano il discorso
frammentato e rabbioso di Boschi e Baron. Rispetto ad esperienze simili, Acre ha un suo intimo lirismo:
si ascoltino il quasi “cinematic”
Flaneur e l’assalse il sovvenir, tra bruitismo e postrock. Da riporre a fianco di
Strafuckers, Lendormin e Ossatura.

Andrea Prevignano

 

Soundcontest
Quando cadono in mani accorte e preparate, elettroacustica e improvvisazione possono lasciare campo a forme vivaci e accessibili anche nei loro processi più arditi. Là dove spesso ad attenderci sono sensazioni di tedio e monotonia, prassi rumoristiche o isolazioniste fini a se stesse, un disco come “ACRE” c’insegna e avverte che non bisogna mai fare di tutta l’erba un fascio. Qui c’è ritmo ed energia, varietà di modelli e soluzioni che aprono il varco a una multimedialità “mentale” fatta di suoni, immagini, luoghi e soprattutto nuove sensazioni.
“ACRE” vede alleate per un preciso scopo le capacità creative di tre giovani musicisti della scena romana molto attivi e affermati
http://www.soundcontest.com/recensioni/ermanno-baron-gino-maria-boschi-marco-ubik-bonini-acre-review-by-olindo-fortino/
for the complete review

Olindo Fortino

 

Romasuona
“Intanto gli ACRE tornano dopo tanti anni di distanza con un piccolo gioiello di improvvisazione che è puro viaggio tra le forme più libere del jazz, musica esoterica e qualche richiamo ambient industrial. Plauso alla Megasound che ha ben pensato di produrre e stampare questo capitolo della formazione romana, autrice di un vero capolavoro che rimanda a certe proposte della Rune Grammofon norvegese”

Gianluca Polverari
Zero
Se c’è una nuova formazione romana da tenere d’occhio, questa risponde al nome di Acre. Schema a tre: batteria (Ermanno Baron), chitarra (Ginomaria Boschi), elettronica (Marco “Ubik” Bonini). Sport praticato: impro-jazz-elettro-acustico. Quindi immaginate come possano essere suonati gli strumenti di cui sopra e quanti “aggeggi” di contorno ognuno di essi possa avere. Da poco è uscito un primo e omonimo album per Megasound: bello. Da altrettanto poco ho avuto la fortuna di vederli durante Terracava e sono rimasto impressionato per tecnica, intensità e “suspense”, intesa capacità di tenerti con il fiato sospeso fino all’ultima nota perché non si sa mai cosa può uscire fuori. Prendete bene ossigeno a inizio live quindi, ed educate i polmoni a centellinarlo.

Nicola Gerundino

 

Jazzconvention
Almeno la curiosità circa la pertinenza di “nomenclatura” degli titoli – assortiti e fantasiosi – ci induce a ragionare preliminarmente se “nomina sint consequentiae rerum” o piuttosto viceversa.
Senza ironie, cosa abbia generato o cosa si celi lungo le lunghezze di L’avvalse il sovvenir, Il pasto crudo, Delle mute crepe e certamente Merry go round è gradualmente svelato da un ascolto abilmente condotto tra freschezza e citazioni, effettistica e viva presenza strumentale, progettualità e aleatorietà, performing cibernetico e progressioni emotive.……
www.jazzconvention.net for the complete review.

 

Romainjazz
Nell’ambito dell’Occidente musicale i protagonisti della Musica Situazionale sono stati per molti tempo protagonisti di territori di conflitto, dal momento che i loro riferimenti culturali risvegliavano la tacita consapevolezza di quanto la Stasi sonora  fosse divenuta protagonista di fenomeni reiterati e sostanzialmente asciutti. Quella sorta di Dopoguerra estetico è finito da tempo: dopo le disillusioni di Schoenberg e Ligety ha avuto luogo una riflessione diversa, composta su canoni istintuali e riferiti non solo alla Dodecafonia ma anche al Dadaismo e alla Pop Art, all’Ambient Music e al Live Electronics…...
continue on www.romainjazz.it

 

Gianni della Rossa
sto ascoltando il loro disco. è un lavoro geniale, unico nel suo genere – quale esattamente non lo so, né mi interessa una catalogazione. mi ci ritrovo in sintonia profonda. per qualche ragione ha rievocato in un primo momento le atmosfere emotive di solitudine grandiosa di alcuni miei sogni della primissima infanzia, mai più ritrovate nelle fasi successive della mia vita. per associazioni ignote mi sono poi tornati in mente alcuni quadri di Francis Bacon che pochi anni fa mi trovai a osservare in una sua esposizione a Milano. in un certo senso mi calavano in una dimensione di smarrimento psichico, stupore, curiosità e senso di bellezza aliena, terribile, sganciata dalle convenzioni estetiche consolidate, qualcosa che ritrovo nella loro musica. forse è proprio questo il punto misterioso: uno scardinamento dell’universo emotivo che consente di guardare dentro sé stessi assorbendo e accogliendo il dono delle proprie ombre attraverso l’arte, o almeno certe sue declinazioni: quelle che esplorano coraggiosamente l’ignoto e creano un linguaggio e quindi un mondo interiore nuovi.

 

 

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